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Il lavoro al Sud e l’illusione della normalità

Senza una politica del lavoro che parta dal Sud reale, non esiste una politica nazionale capace di reggere il futuro

C’è un errore che la politica italiana continua a commettere quando parla di lavoro al Sud: raccontarlo come una variante minore di ciò che accade altrove. Un problema di intensità, non di natura. La Legge di Bilancio 2026 non fa eccezione. Parla di lavoro, ma lo fa come se il Mezzogiorno vivesse le stesse condizioni del resto del Paese, con qualche difficoltà in più e qualche misura compensativa in meno.
È una rappresentazione comoda. Ed è falsa.

Nel Sud il lavoro non è semplicemente meno pagato o più discontinuo. È strutturalmente fragile. Vive di stagioni, di micro-imprese familiari, di partite IVA isolate, di servizi essenziali che reggono interi territori. È lavoro che non accumula, non pianifica, non cresce. Resiste. E resistere, nel tempo, logora.

La manovra 2026 interviene con strumenti tecnici, spesso ben scritti, talvolta utili. Agevolazioni fiscali temporanee, imposte sostitutive, correttivi sul costo del lavoro. Ma resta dentro un perimetro noto: quello della gestione dell’esistente. Non c’è una scelta, c’è un’amministrazione del problema.

Il punto politico, però, è un altro. Continuare a trattare il lavoro al Sud come se fosse omogeneo a quello del Nord, applicando le stesse regole fiscali, gli stessi costi, gli stessi vincoli, produce una distorsione che nel tempo diventa ingiustizia. L’uguaglianza formale, in un Paese diseguale, genera disuguaglianza reale.

Al Sud non manca la disponibilità a lavorare. Manca un contesto che renda il lavoro una prospettiva e non una scommessa. La Legge di Bilancio non introduce una fiscalità territoriale, non sperimenta modelli differenziati, non costruisce una strategia occupazionale dedicata alle aree più fragili. Si limita a mitigare gli effetti, senza intervenire sulle cause.

E così il lavoro resta povero, intermittente, incerto. Non perché manchi l’impegno individuale, ma perché manca una visione collettiva.
I giovani del Mezzogiorno questo lo sanno bene. Non chiedono protezione, chiedono possibilità. Non chiedono sussidi, chiedono normalità. Chiedono che restare non sia un atto di ostinazione, ma una scelta razionale. Oggi, troppo spesso, non lo è.

La Legge di Bilancio 2026 non è ostile al Sud. Ma non lo assume come priorità. E in una fase storica segnata da spopolamento, fuga di competenze e desertificazione produttiva, la neutralità equivale a una rinuncia.

Il Mezzogiorno avrebbe potuto essere il laboratorio di una nuova politica del lavoro: legata all’energia, al Mediterraneo, alla logistica, alla rigenerazione dei territori. Avrebbe potuto essere il luogo dove sperimentare nuove regole, nuovi equilibri, nuove opportunità. Invece resta sullo sfondo, come se il suo tempo dovesse arrivare sempre dopo. Ma il lavoro non aspetta. O si costruisce, o si perde. E senza una politica del lavoro che parta dal Sud reale, non esiste una politica nazionale capace di reggere il futuro.

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Collaboratore - Articoli pubblicati: 6

Commercialista e tributarista, con una consolidata esperienza nella consulenza d’impresa e nel diritto tributario. Presidente di UIFOR – Unione Italiana Forfettari, il primo sindacato dedicato ai contribuenti in regime forfettario, affianca professionisti e imprese nella crescita e nell’innovazione, con uno sguardo particolare allo sviluppo del Mezzogiorno. Appassionato di economia, politica e cultura mediterranea, crede nella costruzione di reti e comunità come strumento di progresso. Vive tra Roma e il Sud Italia, da dove trae energia e ispirazione anche grazie alla sua famiglia e al territorio, che rappresentano la radice più autentica del suo percorso umano e professionale.

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