Il paradosso è che questa volta non si può appellarsi alla malasorte di un singolo episodio, come il tiro di Jorginho sullo stadio di Belfast o il destro di Trajkovski a Palermo: a Zenica, per oltre 100 minuti, la Bosnia gioca meglio, produce di più, tiene il pallone, occupa il campo in modo più efficace.
Il copione della gara: Italia avanti, ma è un’illusione
Il piano azzurro è quello di colpire presto e poi gestire, e per un quarto d’ora sembra funzionare: al 15’ Barella sfrutta una leggerezza del portiere Vasilj, recupera palla imbuca per Kean che firma lo 0-1 che dovrebbe mettere l’Italia sul binario psicologicamente favorevole.
Ma l’azione del gol azzurro è un frammento isolato in un primo tempo a trazione bosniaca: già prima dell’espulsione di Bastoni, la squadra di Meho Kodro (subentrato in corsa nel ciclo di qualificazioni) ha prodotto molte più situazioni di tiro, portandosi a un parziale di 11 conclusioni a 2 all’altezza dell’intervallo.
Il cartellino rosso per il centrale dell’Inter, arrivato poco prima della pausa, non fa che certificare un’inerzia già inclinata, togliendo all’Italia l’unico vero puntello di personalità della linea difensiva.
Ridotta in dieci, l’Italia abbassa definitivamente il baricentro, mettendosi con un 4-4-1 di sopravvivenza con Kean e poi Esposito costretti a correre più all’indietro che verso la porta avversaria.
La risposta di Kodro è speculare: dentro progressivamente più peso offensivo, Tabaković, Burnić, aumentando la densità nell’area di rigore azzurra e sporcando ogni linea di passaggio verso i centrocampisti italiani.
In questo contesto, Donnarumma diventa l’ultimo argine: para su Basić, respinge conclusioni da media distanza e legge bene diverse uscite alte, ma non può nulla al 79’, quando Tabaković trova la zampata da centravanti puro su una delle tante mischie generate da cross dal lato destro.
Quel gol non è un lampo isolato: è la materializzazione di un assedio che da almeno mezz’ora aveva avvicinato sempre più la Bosnia al pareggio, mentre l’Italia faticava ormai anche solo a superare la linea di metà campo.
Extra time e rigori: l’epilogo psicologico
Nei trenta minuti supplementari, il copione non cambia: la Bosnia continua a macinare gioco e tiri, arrivando a 30 conclusioni totali, mentre l’Italia, pur avendo una colossale occasione con il colpo di testa di Esposito salvato da Vasilj, dà l’impressione di giocare contro il cronometro più che contro l’avversario.
Le sostituzioni di Gattuso producono più consumo di energie che ordine tattico: la squadra resta lunga, incapace di risalire in blocco.
Ai rigori il differenziale emotivo diventa voragine: la Bosnia ha appena vinto una semifinale a Cardiff sempre dal dischetto, con Vasilj protagonista, e arriva alla serie con una narrativa di resilienza e di “destino” favorevole; l’Italia, al contrario, porta sulle spalle il fantasma della lotteria che dal 2006 in poi ha spesso fatto da spartiacque epocale.
La sequenza è crudele ma lineare: Esposito sbaglia subito il primo rigore azzurro, poi Tahirović e Alajbegović segnano con freddezza, mentre Cristante colpisce la traversa, consegnando definitivamente il Mondiale alla Bosnia e un nuovo trauma alla Nazionale.
Le responsabilità tattiche: il cortocircuito del centrocampo azzurro
Al netto dell’inferiorità numerica, la partita di Zenica mette a nudo un problema strutturale dell’Italia: l’incapacità del centrocampo di assorbire pressione e di trasformarla in possesso progressivo.
Locatelli, Barella e Tonali finiscono risucchiati in una linea orizzontale troppo bassa, più preoccupata di schermare la trequarti che di offrire soluzioni di uscita, mentre le mezzali bosniache attaccano con continuità lo spazio ai fianchi del mediano.
L’assenza di un regista capace di gestire i tempi anche in dieci uomini si traduce in una serie infinita di lanci lunghi alla ricerca di Kean, facili prede dei centrali Muharemović e Katić, perfettamente a loro agio nella difesa dell’area e della seconda palla.
È un paradosso tutto italiano: si sceglie un allenatore identitario come Gattuso, associato a un calcio di aggressione e morsi alle caviglie, ma ci si presenta alla partita più importante del ciclo con una squadra che per struttura non può permettersi di pressare alto a campo aperto, e che infatti arretra istintivamente al primo soffio di difficoltà.
La dimensione mentale: il peso di tre Mondiali mancati
Non si spiega la paralisi dell’Italia solo con lavagne tattiche e mappe di passaggi.
Il dato più inquietante è mentale: per la terza edizione consecutiva, la Nazionale arriva a uno snodo da “dentro o fuori” e sceglie, quasi per riflesso condizionato, la strada della paura, rinunciando progressivamente a giocare, come già accaduto con la Svezia nel 2017 e con la Macedonia del Nord nel 2022.
La narrativa della “grande d’Europa tradita dalla sorte” non regge più: in un Mondiale ampliato a 48 squadre, con percorsi di qualificazione e playoff pensati per non perdere grandi mercati televisivi, fallire tre volte di fila non è una sfortuna, è un fallimento strutturale di programmazione, selezione e coraggio tecnico.
In questo senso, la Bosnia è l’esatto opposto: un Paese che ha avuto una sola volta accesso al Mondiale, che arriva a questi playoff dopo anni di frustrazioni, ma che ha il coraggio di costruire un’identità riconoscibile e di affidarvisi anche quando il punteggio e il cronometro sembrano suggerire altro.
Cosa significa per l’Italia: un sistema da rifondare
Per l’Italia, la sconfitta con la Bosnia non è solo un incidente di percorso ma il sigillo su un decennio in cui la Nazionale è riuscita nell’impresa di tenere insieme il massimo trionfo continentale (Euro 2020) e il massimo fallimento globale (due, ora tre, Mondiali mancati).
Il paradosso è che questa volta non si può appellarsi alla malasorte di un singolo episodio, come il tiro di Jorginho sullo stadio di Belfast o il destro di Trajkovski a Palermo: a Zenica, per oltre 100 minuti, la Bosnia gioca meglio, produce di più, tiene il pallone, occupa il campo in modo più razionale.
Il dibattito sul futuro non può limitarsi alla scelta del commissario tecnico: serve interrogarsi sulla qualità media della produzione di talenti offensivi, sulla formazione dei difensori in un calcio di club ormai ossessionato dal gioco di posizione, e sulla capacità del sistema federale di proteggere la Nazionale dalle oscillazioni isteriche del dibattito interno.

