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Italia a picco nei playoff di Champions: tre sconfitte che interrogano un sistema

Tre partite, tre sconfitte, dieci gol subiti. La fotografia dei playoff di Champions League 2026 per le italiane è impietosa: Juventus travolta a Istanbul, Atalanta punita a Dortmund, Inter gelata nel Circolo Polare Artico. Non è solo una questione di risultati. È una questione di ritmo, di personalità, di struttura. E forse di consapevolezza.

Galatasaray 5-2 Juventus: il crollo che fa rumore

A Istanbul la Juventus ha vissuto una delle sue notti europee più dolorose. Il 5-2 contro il Galatasaray non è un incidente: è un segnale.

Per un tempo la squadra di Spalletti aveva dato l’illusione di poter governare la tempesta. Dopo il vantaggio turco, la doppietta di Koopmeiners aveva ribaltato tutto. Due lampi, due conclusioni dal limite, una Juve cinica oltre i propri meriti. Ma era una stabilità fragile, quasi apparente.

Nel secondo tempo il Galatasaray ha cambiato marcia. Pressing feroce, riaggressione immediata, esterni altissimi. La Juventus ha iniziato a perdere metri, poi certezze. Il 2-2 di Lang su respinta corta è stato il primo scricchiolio. Il 3-2 di Sánchez su palla inattiva il colpo strutturale. L’espulsione di Cabal, ingenua e figlia della sofferenza sulla fascia, ha fatto saltare il banco.

Da lì in poi è stato dominio turco: 62% di possesso, 22 tiri contro 7, nove conclusioni nello specchio. Il dato che pesa più di tutti è l’expected goals: quasi tre per il Galatasaray contro poco più di uno per la Juventus. Il 5-2 non è casuale, è coerente con ciò che si è visto.

Il vero problema, però, non è numerico. È mentale. La Juve, sotto pressione, ha smesso di credere nel proprio piano. Ha insistito nella costruzione dal basso anche quando il contesto suggeriva pragmatismo. Ha perso duelli individuali sulle fasce, soprattutto contro un Barış Yılmaz imprendibile. Ha mostrato una fragilità caratteriale che in Europa non perdona.

Subire cinque reti in Champions non è solo una sconfitta: è un trauma identitario.

Borussia Dortmund 2-0 Atalanta: possesso sterile, cinismo tedesco

L’Atalanta non è stata travolta. È stata smontata con metodo.

A Dortmund la Dea ha avuto più possesso (oltre il 55%), ha tirato quasi quanto i tedeschi, ma ha prodotto appena 0,46 expected goals. Tradotto: tanta palla, pochissimo pericolo reale.

Il Borussia ha segnato al 3’ con Guirassy su cross perfetto di Ryerson. Un gol semplice, ma frutto di sincronismi precisi. L’Atalanta ha provato a reagire, ma senza mordente negli ultimi metri. Il raddoppio, ancora con Guirassy protagonista in contropiede e assist per Beier, è nato da una disattenzione difensiva e da una lettura sbagliata della profondità.

Due tiri nello specchio, due gol. Efficienza totale.

Gasperini ha mantenuto il suo 3-4-2-1 speculare al Dortmund. Ma mentre i tedeschi hanno accettato di non dominare il pallone per controllare gli spazi, l’Atalanta ha avuto la palla senza sapere davvero cosa farne. Manca un centravanti dominante, manca il killer instinct. E contro squadre che difendono compatte e ripartono veloci, l’assenza di verticalità immediata si paga.

Il Dortmund ha giocato con pazienza e lucidità. L’Atalanta con generosità ma poca precisione. In Europa, spesso, vince la seconda.

Bodø/Glimt 3-1 Inter: quando la fame batte il blasone

Se Juventus e Atalanta hanno perso contro squadre di alto livello, l’Inter è inciampata contro un avversario che, almeno sulla carta, non poteva competere. Ed è proprio questo a rendere la sconfitta più rumorosa.

Il Bodø/Glimt non è una sorpresa per chi segue il calcio europeo recente: organizzazione, ritmo, identità. Ma battere l’Inter 3-1 resta un’impresa.

I nerazzurri hanno avuto il 58% di possesso, 15 tiri contro 8, un expected goals superiore. Ma i numeri vanno letti con attenzione: quattro tiri nello specchio, molte conclusioni sporche, poca qualità nelle scelte finali.

Il Bodø ha colpito con chirurgica precisione. 1-0 con Fet su ripartenza perfetta. 1-1 di Esposito su mischia. Poi, tra il 61’ e il 64’, l’uno-due che ha deciso la gara: Hauge e Høgh, due transizioni veloci, due difese passive, due gol.

L’Inter è sembrata lenta nel pensiero prima ancora che nelle gambe. I braccetti non hanno accorciato, il centrocampo non ha schermato, le corsie non hanno inciso. Lautaro isolato, Thuram non al meglio, Barella in difficoltà sotto pressione.

Il dato più significativo è quello degli “attacchi pericolosi”: il Bodø quasi il doppio dell’Inter. Non è solo questione di possesso. È questione di intensità e convinzione.

Nel gelo norvegese, l’Inter è sembrata una squadra convinta di poter vincere senza spingere davvero sull’acceleratore. E la Champions non concede questo lusso.

Tre sconfitte, un filo rosso

Juventus, Atalanta, Inter. Tre partite diverse, un elemento comune: la difficoltà a reggere l’intensità europea.

In tutti e tre i casi, gli avversari hanno corso di più, deciso prima, creduto di più. Non è solo un problema tecnico. È culturale. Il calcio europeo sta andando verso un modello in cui pressing, transizioni e atletismo sono fondamentali quanto il talento. Se non ti adegui, vieni travolto.

Non è un processo al sistema, ma è un campanello forte. Dopo stagioni in cui le italiane avevano ricostruito credibilità internazionale, questo turno riapre dubbi.

Le gare di ritorno: orgoglio o resa?

La Juventus dovrà vincere con tre gol di scarto. Impresa quasi impossibile, ma non matematica. Servirà una trasformazione radicale, soprattutto difensiva. Più compattezza, meno presunzione nella costruzione, più pragmatismo.

L’Atalanta deve ribaltare un 2-0. Missione complicata ma alla portata, se trova concretezza e un gol rapido che riapra il discorso. Ma attenzione alle ripartenze del Dortmund: un gol subito spegnerebbe ogni speranza.

L’Inter è quella con più margine. Un 2-0 a San Siro può bastare. Ma dovrà giocare con fame, non con sufficienza. E soprattutto dovrà evitare di concedere campo a un Bodø/Glimt che ha dimostrato di non avere paura di nessuno.

Queste tre sconfitte non sono ancora eliminazioni. Ma sono un esame di maturità fallito. Le italiane hanno sette giorni per dimostrare che non è un declino, ma un inciampo.

La Champions, però, non aspetta. O reagisci, o vieni superato.

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Autore - Articoli pubblicati: 45

Studente di Giurisprudenza, con esperienza amministrativa e interesse per ambito legale, aziendale e risorse umane.

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