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Coppa Italia, definite le semifinali: Lazio-Atalanta e Inter-Como. Il racconto dei quarti di finale

Un Como maturo la spunta ai rigori contro un Napoli, che mette in campo tutto quello che ha, al netto delle enormi difficoltà di organico, ennesima partita vittima della sciagurata gestione del var e regolamento che ormai pesano come una zavorra sull’intera stagione calcistica. E poi una Lazio che passa nonostante le difficoltà ambientali e societarie, ma con un gruppo solido e mentalizzato. Un Bologna che al netto della buona prestazione non riesce ad uscire da un tunnel imboccato ormai da dicembre.

NAPOLI-COMO: 7-8 DOPO I RIGORI, MA PRIMA ANCORA 90’ CHE PARLANO CHIARO

Al “Maradona” resta sospesa un’immagine che è già simbolo: Lobotka sul dischetto. Il metronomo, quello che di solito non sbaglia nemmeno la misura dei dettagli, e Butez che legge il tiro come fosse un passaggio annunciato. Il pallone respinto, il silenzio che pesa più di qualunque fischio, il Como che corre verso una semifinale che sa di storia: quarant’anni dopo l’ultima volta, la seconda in assoluto nella competizione.

La trappola sul regista e l’uscita laterale del Napoli

Conte resta fedele al suo 3-4-2-1, di sistema e di abitudine. Fabregas risponde con un 4-3-3 che, quando il Como tiene palla, diventa un 4-2-3-1 mobile, elastico, pieno di scambi di posizione. Ma la vera chiave non è la forma: è la grammatica.

Il Como sceglie di togliere ossigeno al centro della costruzione azzurra: indirizza il pressing su Lobotka, lo schermisce, lo costringe a giocare sporco o a non giocare. E il Napoli, per sopravvivere, finisce per aggirare la zona centrale: da esterno a esterno, palla sulle corsie, poi di nuovo indietro. Un giro che sembra prudenza ma spesso diventa sterilità, perché l’imbuto centrale, quello che dovrebbe garantire seconda palla, riaggressione e controllo, resta fuori dalla partita.

Il primo tempo, infatti, è più “da Como” che “da Napoli”: ritmi alti, duelli ovunque, ma con una differenza netta nella nitidezza delle idee. Il Como palleggia con una naturalezza insolita per una squadra ospite al Maradona, arriva in area con campo aperto, mentre il Napoli fatica a portare uomini sopra la linea della palla perché è costretto, prima di tutto, a difendersi dal coraggio altrui.

Il rigore non come episodio, ma come conseguenza

L’azione che porta al rigore è quasi un manifesto: verticalità pulita, sfondamento a sinistra, palla tesa e inserimento. Olivera arriva in ritardo, la dinamica è quella di chi rincorre il tempo più che l’uomo. Baturina è freddo dal dischetto, Milinkovic-Savic intuisce ma non basta.

E qui c’è un punto cruciale: quel rigore non “accade”. Arriva. È la conseguenza di una superiorità posizionale che il Como costruisce con razionalità: ampiezza occupata bene, linee di corsa, giocatori tra le linee che si muovono nella terra di nessuno.

La fiammata del Napoli e il gol che sembra una correzione emotiva

Il Napoli cambia faccia a inizio ripresa e per una ventina di minuti sembra davvero “da Conte”: corsa, cattiveria, verticalità. Il gol di Vergara nasce da una combinazione semplice e, proprio per questo, preziosa: Hojlund viene incontro, pulisce e poi attacca; il corridoio si apre; il ragazzo attacca lo spazio e batte Butez con un destro angolato. Dettaglio che pesa: è un altro gol nello stadio di casa, un segnale di gerarchie future in una squadra che, tra assenze e cali, ha perso troppe linee di passaggio.

In quella fase il Napoli alza il baricentro, Elmas trova qualche ricezione più interna, i braccetti osano qualche uscita palla al piede. E dentro questa parentesi si piazza l’episodio che incendia la serata: Ramon, già ammonito, entra ancora duro su Hojlund al limite. Il secondo giallo sembra scritto, non arriva. Conte esplode, Fabregas fa la cosa più “da allenatore”: non aspetta la sorte e lo toglie subito. L’episodio pesa sul clima, ma non può diventare l’unico appiglio: fino a quel momento, il Como era stato più squadra.

I cambi: volume Napoli, lucidità Como

Conte alza il volume e lo fa nel modo più riconoscibile: allarga il fronte, aggiunge gamba e fisicità sulle corsie. L’effetto c’è: il Napoli spinge, costringe il Como a difendere più basso, arriva a due momenti-chiave, Hojlund anticipato in area piccola, Rrahmani salvato sulla linea, che raccontano quanto sia sottile la differenza tra “rimonta” e “rimpianto”.

Il Como, però, fa una cosa da squadra matura: capisce quando non può più tenere il campo alto senza sbriciolarsi e scala il registro senza perdere la testa. Più chili dietro, una punta per risalire, esterni pronti a correre all’indietro. E anche quando sembra “aspettare”, lascia sempre un messaggio: non sta in campo solo per arrivare ai rigori, resta viva, lo dimostra l’occasione di Vojvoda nel finale.

I rigori come racconto di gerarchie e nervi

La serie dal dischetto è un secondo match: continui scambi di vantaggio, fino a un finale che sa di metafora. Nel Como si prendono responsabilità uomini diversi, con la stessa cifra di personalità. Nel Napoli, gli errori si attaccano ai leader: Lukaku (fuori) e Lobotka (parato).

E qui la sensazione è netta: questo Napoli sembra pensato per vincere nei 90 minuti, ma non ancora costruito per governare i dettagli di una gara secca. Non è solo una questione di rigoristi: è una questione di lucidità quando serve essere freddi.

Dentro l’eliminazione ci sono attenuanti reali, assenze pesanti,  e qualità ridotta.

BOLOGNA-LAZIO: 1-1 E 1-4 AI RIGORI, LA NOTTE IN CUI IL VOLUME NON BASTA

Per una notte il Dall’Ara è stato una camera di chiaroscuro. Da una parte il Bologna campione in carica che prova a riconoscersi ma si guarda e non si trova; dall’altra una Lazio meno estetica e più feroce, capace di vincere una partita “sporca” con la calma glaciale di chi, finalmente, sembra aver capito come si fa.

Le statistiche spiegano bene il paradosso: il Bologna tira tanto, la Lazio tira poco ma spesso meglio. E soprattutto: la Lazio produce più xG con meno conclusioni, come se ogni attacco avesse un obiettivo più chiaro. Il Bologna, invece, accumula, ma rifinisce male: molto rumore, pochi colpi davvero pesanti.

Italiano a uomo, Sarri con un nove ibrido (finché non cambia tutto)

Italiano riparte dal suo dogma: pressione, marcature aggressive, uomo su uomo nella metà campo avversaria. Moro va a mordere il regista laziale, Ferguson fa il cacciatore, Odgaard si muove più da mezzala aggiunta che da trequartista puro. La Lazio, invece, parte con un’idea forte: Maldini falso nove, Pedro e Isaksen larghi, Rovella regista, mezzali dinamiche. Ma l’inizio dice altro: il Bologna parte meglio, la Lazio fatica a pulire il primo passaggio, Maldini resta in una terra di nessuno.

Il primo tempo “da Bologna” e il gol come firma sui piazzati

Il Bologna soffoca l’uscita bassa laziale: recupera alto, spinge soprattutto a sinistra, crea la sensazione di controllo. E il vantaggio arriva dove spesso le gare secche si decidono: da palla inattiva. Angolo tagliato, Castro attacca l’area piccola, colpo di testa da centravanti “ortodosso”, e 1-0.

Dentro il primo tempo ci sono anche episodi che alimentano discussioni, contatti, trattenute, scelte di gestione, ma la linea generale resta: il Bologna detta ritmo, la Lazio sta dentro la partita più che sopra la partita.

Poi tutto cambia su un fatto concreto, non teorico: l’infortunio di Pedro. Esce in barella, entra Noslin. E da lì, la gara si sposta.

Noslin cambia la fisionomia: la Lazio trova un nove, il Bologna perde campo

A inizio ripresa il pareggio arriva subito, e non per caso: conduzione potente, cross basso, un errore difensivo che diventa spazio, e Noslin che attacca il lato cieco e deposita in rete. È un gol che racconta le crepe del Bologna: accompagnamento non compatto, area difesa più guardando l’uomo che lo spazio, catene che si sfilacciano.

Da quel momento la Lazio smette di inseguire e comincia a gestire. Italiano prova a reagire caricando uomini offensivi, cambiando pelle verso una squadra più alta e più larga, quasi un 4-2-4 mascherato. Ma più sale il numero degli attaccanti, più cala la lucidità: cross sporchi, tempi rotti, scelte forzate. Il Bologna continua a tirare, sì, ma senza costruire davvero il tiro “pulito”.

I centri di gravità: quando cambia la pressione, cambia il match

C’è un passaggio silenzioso che sposta l’inerzia: quando Moro esce e subentra Freuler, il Bologna guadagna ordine ma perde quella pressione diretta sul regista avversario. E senza il fiato sul collo, la Lazio risale con tempi più respirabili. In parallelo, c’è il duello che rompe il piano rossoblù: Dele-Bashiru. Progressioni, strappi, superiorità dinamica: è lui a sfilacciare la doppia cerniera bolognese e a rendere la Lazio più verticale, più concreta.

Non è una Lazio scintillante, ma è una Lazio che si sporca le mani. E nelle gare secche, spesso basta.

I rigori: Provedel, il gelo, e il crollo dei leader

Dal dischetto si vede la differenza tra una squadra che “spera” e una squadra che “sa”. La Lazio calcia con una gerarchia chiara e un linguaggio del corpo stabile. Il Bologna affida i palloni più pesanti ai suoi leader tecnici: Ferguson si fa parare, Orsolini calcia fuori. La serie finisce 1-4 e sembra raccontare non solo una notte, ma una stagione: il Bologna tradisce soprattutto se stesso, la Lazio porta a casa la qualificazione come un approdo naturale.

UNA SERA, DUE SEMIFINALISTE, LA STESSA LEZIONE

Questi quarti hanno consegnato due immagini diverse ma compatibili: il Como che si presenta al Maradona con un’idea e non con un complesso, e la Lazio che passa senza giocare la sua partita più “sarriana”, ma proprio per questo dimostrando crescita.

 

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Autore - Articoli pubblicati: 44

Studente di Giurisprudenza, con esperienza amministrativa e interesse per ambito legale, aziendale e risorse umane.

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