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L’Inter vince ed allunga, ma il rumore viene da dietro

Il 6-2 al Pisa è trionfo e avvertimento. Intorno, una grande Juventus, Roma e Milan raccolgono segnali diversi dal pareggio, il Napoli perde pezzi e struttura , il Como cresce a dismisura.

INTER-PISA: 6-2

San Siro: l’Inter si smaschera, poi divora

Il 6-2 dell’Inter sul Pisa è uno di quei risultati che, da soli, mentono. Perché per venti minuti – e poi fino a mezz’ora inoltrata – San Siro ha guardato una squadra prima in classifica comportarsi come se la partita fosse una trappola. Non una trappola costruita da un avversario irresistibile: una trappola costruita da sé stessa.

Il primo gol nasce da un errore che non è solo tecnico, ma concettuale: Sommer regala un pallone “senza fretta e senza motivo”, come se la serenità potesse sostituire la prudenza. Moreo lo capisce al volo: intercetta e punisce con la calma di chi riconosce il dono. Il secondo gol, su corner, completa l’immagine: non è sfortuna, è disordine.

Ed è lì che la partita smette di essere racconto lineare e diventa confessione pubblica. Perché Chivu non aspetta l’intervallo: al 34’ toglie Luis Henrique. Un cambio che pesa più di molti gol, perché dice una cosa semplice e brutale: l’Inter, in quel momento, non stava funzionando nemmeno nelle cose elementari, nelle distanze, negli scivolamenti, nel linguaggio collettivo. E l’allenatore decide di dirlo davanti a tutti.

Poi entra Dimarco e il calcio cambia genere. Non perché “la squadra ritrova sé stessa”, ma perché un giocatore altera la geometria dell’intero sistema: una parata provocata, il rigore che sposta l’inerzia, l’assist che apparecchia il pareggio, l’ondata che si trasforma in tre gol in otto minuti. Il 3-2 all’intervallo è l’episodio più rivelatore della serata: non la dimostrazione di una superiorità strutturale, ma la prova che questa Inter vince spesso grazie alla qualità che copre le crepe, non grazie a fondamenta che non cedono mai.

Il paradosso è tutto lì: l’Inter domina, produce numeri, controlla quando il match è già “scritto”. Ma i venti minuti iniziali rimangono appesi come un cartello: questa capolista è offensivamente formidabile e difensivamente vulnerabile. Il risultato finale racconta un dominio; la partita vera racconta una fragilità.

JUVE-NAPOLI: 3-0

Allianz: Juventus-Napoli è la guerra tra due modi di stare nel caos

Se Inter-Pisa è la storia di una squadra che cade e si rialza grazie al talento, Juventus-Napoli è la storia di una squadra che sceglie di non cadere mai perché decide prima come dev’essere la partita.

Il dato più crudele è anche il più semplice: il Napoli ha più possesso, costruisce di più, prova a imporre un ritmo. Ma non segna. E qui non basta dire “manca concretezza”, perché sarebbe una scorciatoia. La partita è descritta come collisione tra un progetto e un’emergenza: Conte ricompone pezzi, improvvisa, ridefinisce ruoli, tiene insieme quello che resta. Spalletti, invece, non compete dove l’avversario ama vivere: non dialoga nel possesso, alza il pressing, porta la gara sul terreno in cui ogni errore diventa condanna.

Locatelli non dirige come regista classico: spezza, verticalizza, forza scelte rapide. Sul primo gol, la Juventus trasforma una lettura in un’esecuzione: passaggio che rompe il blocco, David che trova la porta nel tempo in cui il Napoli non riesce a ricomporsi. È un calcio che rinuncia all’estetica della “manovra” per abbracciare la brutalità del momento.

E il resto della partita è la stessa dinamica in forma ripetuta: il Napoli controlla, ma senza gli uomini che trasformano controllo in pericolo (quelli che, in questa ricostruzione, rappresentano la differenza tra un possesso vivo e un possesso sterile), resta una squadra che tiene il pallone e non lo converte. Quando la Juventus corre in transizione, il Napoli rincorre. E quando rincorri, non stai più giocando: stai subendo.

Il 3-0 non è un incidente: è una partita in cui la lucidità batte la teoria, e la praticità diventa un vantaggio competitivo. La Juventus sembra capire prima cosa evitare e cosa colpire. Il Napoli, invece, appare come una squadra costretta a sopravvivere al proprio progetto.

ROMA-MILAN: 1-1

Olimpico: per la Roma 2 punti persi?

Roma-Milan è l’altro lato dello stesso discorso: il dominio che non basta. L’Olimpico vede una Roma che pulsa, preme, crea, occupa il campo con un disegno coerente. E vede un Milan che accetta l’inferiorità territoriale come prezzo per restare dentro la partita.

Il primo tempo è quasi una sequenza di “momenti che dovrebbero diventare gol”: Malen in più occasioni, la Roma che arriva, che calcia, che sembra avere sempre un mezzo secondo in più. E Maignan che trasforma l’emergenza in un piano: non solo para, ma legittima la scelta di soffrire. Come se dicesse: restate compatti, il nostro calcio oggi è resistere.

Poi il Milan colpisce su un dettaglio: angolo, colpo di testa e la partita si ribalta psicologicamente. Non perché la Roma crolli, ma perché il calcio, quando non hai segnato nel tuo momento migliore, presenta il conto in modo spesso ironico. Il pareggio arriva su rigore, in un’azione che sposta la gara dal terreno delle idee a quello degli episodi: dominio territoriale contro un evento che cambia la trama.

E resta la sensazione più amara per chi domina: non è “ingiustizia”, è regola non scritta. Se non trasformi la superiorità in gol, stai lasciando alla partita la libertà di punirti quando sei meno pronto.

COMO-TORINO: 6-0

Sinigaglia: il Como non vince, dimostra. Il Torino non perde, si disintegra

Como-Torino è, in questa giornata, la partita più netta perché non ha bisogno di drammi: è lineare nella sua crudeltà. Sedici minuti e la gara è già un’autopsia. Il Torino non è “in difficoltà”: è assente. Non nella presenza fisica, ma nella comprensione di cosa stia accadendo.

Il Como appare come un progetto finalmente adulto: possesso come controllo, transizione come aggressione immediata, idea collettiva che non si spezza. Non è il possesso per “tenere palla”: è una forma di dominio psicologico. Quando perdi palla e la recuperi subito, stai dicendo all’avversario che non avrà mai respiro. E senza respiro, il calcio diventa panico.

Douvikas finalizza come un attaccante “da sistema”: non inventa, interpreta. Baturina incarna la libertà intelligente dentro un’organizzazione: esterno che attacca gli spazi, che calcia dal limite, che trasforma un ruolo in una funzione. Nico Paz, anche senza numeri diretti nel match, sembra il centro emotivo della costruzione: la palla passa da lui o dalla sua gravità.

Il Torino, dall’altra parte, non trova neppure una forma di resistenza. E quando una squadra smette di resistere, il punteggio diventa quasi un dettaglio: 6-0 non è un caso limite, è la conseguenza naturale di una partita in cui una squadra sa cosa fare e l’altra non sa più nemmeno come pensare.

Il senso della giornata

Se metti insieme queste quattro partite, la Serie A non ti sta dicendo che “il calcio è strano”. Ti sta dicendo qualcosa di più concreto: la stabilità è diventata la vera valuta del campionato.

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Autore - Articoli pubblicati: 39

Studente di Giurisprudenza, con esperienza amministrativa e interesse per ambito legale, aziendale e risorse umane.

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