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Uefa Europa League– Brann-Bologna 0-1. Uefa Conference League- Jagiellonia-Fiorentina 0-3

C’è un dettaglio che sfugge quando si leggono solo i risultati. 0-1 a Bergen. 0-3 a Białystok. Due vittorie esterne italiane nei playoff europei del 19 febbraio 2026. Apparentemente una serata lineare. In realtà no. Perché il Bologna in Norvegia e la Fiorentina in Polonia hanno vinto in modo opposto. E raccontano due modi radicalmente differenti di stare dentro l’Europa.

SK Brann–Bologna FC 1909: un 0-1 costruito senza possesso

La cartolina ufficiale dice 0-1, gol al 9’. Ma la radiografia numerica racconta un paradosso che in Europa è sempre più frequente: chi ha la palla non detta necessariamente le condizioni del match.

Il possesso palla premia i norvegesi (65% contro 35%), ma la produzione offensiva è quasi ribaltata: 4 tentativi complessivi per il Brann contro 13 del Bologna.  È un rapporto che non nasce per caso: o sei sterile, o sei stato indotto a esserlo.

Le statistiche avanzate aggiungono una sfumatura decisiva: l’xG totale è 0,50 per il Brann e 0,81 per il Bologna, con “big chances” 1 a 1.  Tradotto: non è stata una partita di valanghe, ma di precisione. E il Bologna, pur concedendo volume di possesso , ha costruito più “diritto al gol” in termini di probabilità attese.

Anche i dati “di porta” confermano la storia: tiri nello specchio 2 a 5 per gli italiani, con 4 parate del portiere del Brann e 2 di Łukasz Skorupski.  In pratica: il Bologna ha tirato di più e meglio, ma quando il Brann ha trovato l’imbucata giusta, Skorupski ha risposto. È lì che si vede la differenza tra una trasferta sopravvissuta e una trasferta gestita.

L’episodio che decide arriva in avvio: Santiago Castro segna al 9’ su assist di Nicolò Cambiaghi.  Ma ridurre tutto a “gol e difesa” sarebbe pigro: questo Bologna ha difeso attaccando le scelte del Brann, non solo proteggendo l’area.

Il contesto, peraltro, pesa: al Brann Stadion si gioca con temperatura sotto zero (circa -2° secondo UEFA) e condizioni invernali.  Non è folclore: è un vincolo fisico sulla qualità del primo controllo, sui tempi d’uscita della linea, sulla pulizia dei cambi gioco. È un contesto in cui il calcio “ornamentale” si sbriciola e resta solo ciò che è funzionale.

Il Bologna di Vincenzo Italiano: la partita pensata come ritorno, non come andata

La chiave tattica del Bologna sta in una scelta che spesso viene scambiata per paura: lasciare il pallone per comprarsi la partita. In un playoff su 180 minuti, l’andata non è il luogo dell’estetica ma della leva.

Lo si legge anche nelle scelte di personale e nel ragionamento dichiarato: Italiano spiega di aver tenuto conto del campo e di aver scelto “più forza e quantità soprattutto sugli esterni”, sottolineando la “gamba” di Cambiaghi per aiutare il terzino e l’obiettivo di “indirizzare la seconda partita”.  È una dichiarazione che fotografa un’idea precisa: la trasferta come investimento, non come vetrina.

La partita, infatti, non diventa mai un assedio del Brann nonostante il possesso: il Bologna concede circolazione, ma non concede profondità pulita. Lo suggerisce un dato crudele: 65% di palla e solo 4 conclusioni per i norvegesi. Se ami il pallone ma non arrivi al tiro, non stai costruendo: stai consumando tempo.

Le sostituzioni raccontano un secondo livello: doppio cambio all’intervallo (con l’ingresso di Riccardo Orsolini e di Thijs Dallinga) e gestione progressiva delle energie fino al finale. Si tratta di mosse coerenti con un piano: tenere minacciosa l’uscita, non inchiodarsi nella propria area.

E poi c’è il dettaglio psicologico che i grandi giornali chiamano “mestiere” e che, più banalmente, è una competenza: segnare presto e rendere l’avversario prigioniero della sua stessa necessità di “fare la partita”. Il Brann, costretto a inseguire, finisce per palleggiare tanto e incidere poco; il Bologna, costretto a scegliere, sceglie quasi sempre bene.

Jagiellonia Białystok–ACF Fiorentina: 0-3, ma la partita è una lezione contro il feticcio del possesso

Se Bergen è stata la scena del “cinismo calcolato”, Białystok è stata il laboratorio del “dominio senza palla”. La Fiorentina vince 0-3 con tre firme: Luca Ranieri (53’), Rolando Mandragora (65’) e Roberto Piccoli su rigore (81’).

Il primo dato che urla contro ogni abitudine televisiva è il possesso: 70,8% per lo Jagiellonia, 29,2% per la Fiorentina.  E qui si può scegliere: indignarsi (“non può essere una grande partita con così poca palla!”) oppure capire che in Europa la palla è spesso un’esca.

La Fiorentina, infatti, costruisce superiorità dove conta: nella qualità delle occasioni. L’xG totale è 0,76 per i polacchi e 2,38 per i viola, con “big chances” 0 a 2.  È un ribaltamento concettuale: lo Jagiellonia ha il controllo del ritmo, la Fiorentina ha il controllo del pericolo.

Il dato che chiude il discorso è quasi offensivo nella sua semplicità: tiri nello specchio 0 per lo Jagiellonia, 6 per la Fiorentina.  Puoi anche avere il 70% di possesso, ma se non obblighi mai il portiere avversario a esistere, stai giocando una partita che serve più alla tua autostima che al tabellone.

Il racconto dal campo conferma la sequenza emotiva: primo tempo equilibrato, poi tre colpi che spaccano la gara nella ripresa, con una fase (sullo 0-1) in cui lo Jagiellonia prova a riaprirla e colpisce anche un palo con Bartłomiej Wdowik. Ma è un momento, non una tendenza. Il match, una volta che la Fiorentina “accende” la sua superiorità tecnica, diventa un esercizio di gestione: sporco, pratico, europeo.

Anche qui l’ambiente è un attore: a Białystok si gioca in condizioni rigide (Sky segnala cinque gradi sotto lo zero). E come a Bergen, il freddo non è una scenografia: è un acceleratore di errori, soprattutto per chi deve forzare giocate creative in spazi intasati.

La Fiorentina di Paolo Vanoli: set piece, blocco medio e una crudeltà finalmente adulta

Dalla lavagna, le formazioni sono chiare: Jagiellonia 4-1-3-2, Fiorentina 4-4-2.  Ma la forma non dice la sostanza: la sostanza è che la Fiorentina ha scelto una partita “a porte” (chiuse) e “a chiavi” (le palle inattive).

Il primo gol nasce da corner, con assist di Jacopo Fazzini e incornata di Ranieri.  Il secondo è una punizione di Mandragora che di fatto spezza la resistenza emotiva dei polacchi.  Il terzo arriva dal dischetto, con Piccoli che prima si procura e poi trasforma.

Questa sequenza è più che un elenco di episodi: è una scelta identitaria. Le palle inattive sono il luogo dove la differenza tecnica diventa immediatamente differenza di risultato, senza bisogno di estetica. Ed è un segnale di maturità: una Fiorentina che vince così smette di chiedere permesso alla partita e comincia a prenderselo.

C’è poi il tema delle assenze e delle liste, che in questi playoff pesa quanto un modulo: lo Jagiellonia è senza Afimico Pululuper squalifica, mentre la Fiorentina rinuncia alla Conference per Moise Kean e Dodô (oltre ad altri indisponibili e non inseriti in lista UEFA).  Questo spiega anche l’architettura del match: una Fiorentina che non ha bisogno di “dominare il possesso” per dominare gli episodi, perché sa di avere più qualità nelle zone decisive e più alternative nella gestione.

All’interno del torneo, Mandragora viene presentato da Sky come miglior marcatore viola in Conference e centrocampista con più reti nella competizione (dato che, oltre all’impatto tecnico, racconta il suo peso da “uomo di serata europea”).

Una coda sul 26 febbraio: il rischio nascosto quando “sembra fatta”

Entrambe le vittorie sono andate, entrambe lontano da casa, entrambe con un messaggio: le italiane non sono venute a fare turismo. Ma sarebbe un errore scambiare il vantaggio per un automatismo.

Il Bologna torna a Bologna il 26 febbraio per la gara di ritorno, e lo farà sapendo che il Brann,con un solo gol da recuperare, potrà alzare l’aggressività senza più preoccuparsi di “restare in partita”.  L’andata dice che i norvegesi sanno palleggiare, ma devono imparare a trasformare ritmo in minaccia: 4 tiri sono un’ammissione, non una statistica.

La Fiorentina, invece, il 26 febbraio a Firenze avrà il diritto di amministrare un 3-0 che appare quasi una sentenza. Proprio per questo il pericolo è mentale: credere che il risultato basti da solo. Białystok ha mostrato che lo Jagiellonia può tenere la palla e dunque può anche “allungare” la partita se trova un episodio in avvio.  Ma ha mostrato anche la sua fragilità più grave: zero tiri in porta.  Senza una crescita immediata nella rifinitura, il possesso resterà un rumore di fondo.

In fondo, la lezione comune è spietata e utilissima: in Europa il possesso è spesso un certificato di partecipazione; la qualità delle occasioni è un atto notarile. E il 19 febbraio 2026, Bologna e Fiorentina hanno firmato entrambi i documenti con un’inchiostro che raramente si vede fuori dal palcoscenico maggiore.

 

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Studente di Giurisprudenza, con esperienza amministrativa e interesse per ambito legale, aziendale e risorse umane.

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