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Inter, Napoli e Milan: primo tentativo di fuga

Tre vittorie diverse per stessa logica: l’Inter spezza il pressing con verticalità, il Napoli governa i mezzi spazi con i duetti laterali, il Milan vince la trasferta “sporca” gestendo il ritmo. Dietro, Juve e Roma confermano che il gap oggi è anche mentale, oltre che tattico.

C’è un modo più onesto di leggere questo turno di Serie A: non è “la classifica che scappa”, è il campionato che seleziona. Inter, Napoli e Milan non stanno costruendo il distacco perché vivono una striscia positiva: lo stanno costruendo perché hanno una qualità più rara, quella che cambia davvero i mesi lunghi. Sanno rendere la partita ripetibile. Sanno farla andare dove vogliono loro.

E il resto del turno — Atalanta–Roma 1-0 e Juventus–Lecce 1-1 soprattutto — è la prova in controluce: chi insegue può anche “stare meglio in campo” per tratti, ma se non governa i momenti chiave finisce a fare punti come se fosse una squadra normale.

Inter–Bologna 3-1: la verticalità che dissolve l’equilibrio organizzato

Il Bologna di Italiano prova la sfida “da pari”: pressing alto, Ferguson addosso a Calhanoglu, tentativo di togliere ossigeno alla prima costruzione. È un piano coerente. Il problema è che l’Inter di Chivu ha imparato a non farsi trovare dove l’avversario prepara la trappola.

Calhanoglu non si intestardisce a ricevere nel corridoio centrale: si abbassa, riceve dalla linea, si sfila dal pressing e costringe il Bologna ad allungarsi. E quando una squadra che pressa si allunga, non è un tema di coraggio: è un tema di geometria che si spacca. Il gol di Zielinski al 17’ nasce lì: spazio intermedio lasciato vivo dal meccanismo, passaggio verticale pulito, attacco della zona “libera”.

La differenza vera sta nei numeri che contano: possesso Inter 58% contro 42%, ma soprattutto xG Inter 1.87 contro 0.24. È il segnale di una squadra che non domina per estetica: domina per qualità delle occasioni.

Anche il 2-0 racconta la stessa idea in un’altra forma: la catena di sinistra crea un conflitto su Miranda, costretto a scegliere tra uscire e proteggere il secondo palo. Lì Lautaro trova spazio. Quando il Bologna rientra (gol di Castro al 65’ sulla ribattuta), l’Inter non va in ansia: gestisce e poi chiude con Thuram in transizione. È questo che “allunga”: non l’assenza di errori, ma la capacità di rientrare subito nel piano.

Lazio–Napoli 0-2: duetti laterali e mezzi spazi, partita già dentro un binario

All’Olimpico, il Napoli di Conte non inventa: applica. E l’applicazione è chirurgica. Sarri resta fedele al 4-3-3, ma quel sistema, contro questo Napoli, espone un punto fragile: i mezzi spazi laterali, quelle zone in cui la responsabilità difensiva diventa ambigua se l’avversario sa occupare bene le posizioni intermedie.

Politano e Spinazzola non “stanno larghi” in modo scolastico: si piazzano tra fascia e centro, attirano un centrocampista, aprono l’altra metà del campo. Il primo gol è la sintesi contiana: spostamento, uscita avversaria, varco, verticalizzazione bassa e arrivo sul lato debole. Non è spettacolo: è superiorità locale creata dove la Lazio non ha un uomo “titolato” a prendersi quel problema.

I dati del primo tempo che hai indicato sono quasi una sentenza: possesso Napoli 68% contro 32% e soprattutto xG Lazio 0.04 contro 1.17. La Lazio ha il pallone in alcune fasi, ma non ha soluzioni credibili: è possesso che non minaccia. Conte, in questo tipo di partite, non chiede alla squadra di “fare bella figura”: chiede di far scorrere la gara dentro un binario in cui l’avversario, anche volendo, non trova il varco.

Cagliari–Milan 0-1: vincere la trasferta sporca governando il ritmo

Questa è la partita che spiega perché il Milan resta incollato alla vetta: non perché brilla sempre, ma perché sa vincere anche quando la gara non è “sua” per lunghi tratti.

Il Cagliari di Pisacane parte forte, pressa, recupera alto, produce un primo tempo d’identità. Ma quel calcio ha un prezzo: l’intensità è una moneta finita. Il Milan, invece, gioca la partita con pazienza: costruzione bassa, circolazione per allungare l’avversario, gestione mentale dell’urto. Modrić diventa un “controllore di tempo”: non deve essere geniale, deve tenere la squadra dentro una calma produttiva.

Quando il Cagliari cala, il Milan cambia registro e colpisce: al 50’ l’azione porta al gol di Leão. E qui la lettura che hai dato è decisiva: Leão non è “l’uomo che accende”, è lo strumento che Allegri usa nel momento e nel modo giusto. Questa è la differenza tra una big e una squadra solo coraggiosa: non confondere il coraggio col controllo.

Atalanta–Roma 1-0: il caos organizzato contro l’ordine confuso

Dietro le tre davanti, c’è una partita che racconta un’altra selezione: quella tra chi ha un’identità che regge i momenti e chi invece la subisce. Atalanta e Roma scendono con lo stesso disegno di base (3-4-2-1), ma non è un dettaglio: è la dimostrazione che il modulo non spiega nulla, se non sai interpretarlo.

La tua lettura è netta: Palladino conserva l’aggressività “di scuola”, ma la rende più razionale; la Roma di Gasperini, invece, appare intrappolata in un pressing che non si traduce in soluzioni offensive. Il gol di Scalvini arriva presto (12’) in una dinamica controversa, e quella controversia pesa anche psicologicamente: la Roma, una volta sotto, accumula possesso ma crea poco valore. È il possesso che non graffia, quello che dà l’impressione di “esserci” ma non genera un vero ribaltamento della partita.

La sintesi è impietosa: l’Atalanta controlla lo spazio, la Roma non controlla più nemmeno la sua narrazione.

Juventus–Lecce 1-1: il paradosso del dominio sterile

Se c’è una gara che fotografa il motivo per cui Inter-Napoli-Milan possono allungare, è questa. La Juventus produce volume, tira tanto, costruisce una superiorità teorica. Ma poi inciampa esattamente dove le grandi squadre fanno la differenza: nei momenti.

Il gol del Lecce nasce da un errore di costruzione: Cambiaso perde lucidità in una zona ad altissimo rischio e Banda punisce. La Juve reagisce e pareggia, poi ha il rigore per vincerla e lo spreca nel modo più “psicologico” possibile: il cucchiaio di David, parato da Falcone. E alla fine resta la fotografia che hai messo nero su bianco: 25 tiri, xG 2.30, eppure 1-1.

Questo non è solo calcio “stregato”. È la differenza tra controllo del gioco e controllo della testa. Le tre davanti, fin qui, stanno trasformando il controllo in punti con una regolarità feroce. La Juve, in questa gara, trasforma il controllo in frustrazione.

Il punto: la fuga a tre non è un caso, è una competenza

Inter, Napoli e Milan stanno facendo la stessa cosa con tre stili diversi: stanno riducendo l’alea. L’Inter rompe il pressing e alza il valore delle occasioni; il Napoli comanda i mezzi spazi e decide dove si gioca; il Milan governa il ritmo e vince anche quando la partita è ruvida.

E quando dietro vedi Roma e Juventus inciampare, una nel possesso che non converte, l’altra nel dominio che non chiude, capisci perché questa “volata” non assomiglia a uno sprint: assomiglia a una selezione naturale. In testa ci restano quelli che sanno ripetere la prestazione. Gli altri, anche quando giocano, restano appesi all’episodio.

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Autore - Articoli pubblicati: 36

Studente di Giurisprudenza, con esperienza amministrativa e interesse per ambito legale, aziendale e risorse umane.

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